La prostata è una ghiandola che fa parte dell’apparato uro-genitale maschile. 

Anatomicamente è posizionata tra la vescica e il pene ed ha un’importantissima funzione riproduttiva nell’uomo. Nella prostata, infatti, viene prodotta la maggior parte del liquido spermatico che attraverso l’uretra viene rilasciato all’esterno. 

Normalmente la prostata ha le dimensioni di una noce ma con l’età queste dimensioni possono aumentare notevolmente. 

Le principali malattie benigne che colpiscono la prostata sono l’ipertrofia prostatica e la prostatite che sono rispettivamente l’ingrossamento e l’infiammazione della ghiandola prostatica. 

La patologia maligna della prostata è il carcinoma prostatico caratterizzato dalla crescita incontrollata delle cellule della ghiandola. Fortunatamente ad oggi è una malattia curabile, soprattutto se scoperta in fase precoce. 

Il carcinoma è in grado di diffondersi a distanza. I principali organi sede di metastasi sono i linfonodi, le ossa, il fegato, il retto.  

Dati epidemiologici 

Il tumore della prostata è la neoplasia più frequente negli uomini e rappresenta circa il 19% di tutti i tumori diagnosticati. 

Nel 2019 sono attesi circa 37.000 nuovi casi di tumore alla prostata.  

Il rischio di sviluppare un tumore alla prostata nel corso della vita è di 1/9. 

Il trend di incidenza appare in diminuzione (- 1,4 % annuo). 

In Italia la sopravvivenza a 5 anni negli uomini con tumore alla prostata è del 92 % mentre a 10 anni è del 90%. 

La sopravvivenza è aumentata rispetto gli anni precedenti. 

Nel 2016 si sono osservati 7.540 decessi per cancro prostatico e nella maggior parte dei casi la mortalità riguarda i pazienti con più di 70 anni. Questo tipo di tumore è al terzo posto come causa di morte nella popolazione maschile. 

In Italia la possibilità di morire per tumore alla prostata è pari a 1/41. 

Il trend di mortalità, proprio come l’incidenza, appare in diminuzione. 

I numeri del cancro 2019 – Gruppo di Lavoro AIOM,  AIRTUM, FONDAZIONE AIOM 

Prognosi 

La prognosi, ossia la previsione sul decorso e l’esito della malattia, è abbastanza favorevole. A parte rari casi in cui la malattia evolve rapidissimamente, il carcinoma prostatico ha un’evoluzione abbastanza lenta. 

La prognosi è influenzata da diversi fattori, alcuni dei quali sono legati al tumore, altri sono legati al paziente: 

  • il grado di differenziamento tumorale (il più importante) 
  • lo stadio clinico 
  • l’interessamento linfonodale 

Maggiori sono il grado di differenziamento, lo stadio e i linfonodi coinvolti e peggiore sarà la prognosi. 

Anche il PSA correla bene con il decorso della malattia. 

Fattori di rischio ed eziologia 

Non esiste un’unica causa per lo sviluppo del carcinoma prostatico ma ci sono diversi fattori di rischio che aumentano la probabilità di svilupparlo: 

  • l’età è uno dei più importanti: molto raramente il tumore viene diagnosticato prima dei 40 anni.  
  • la familiarità: gli uomini che hanno un parente di primo grado con tumore prostatico hanno il doppio del rischio di sviluppare la malattia rispetto chi non lo ha.  
  • la presenta di mutazioni a livello dei geni BRCA1 e BRCA2 aumenta il rischio di sviluppare una neoplasia prostatica. 
  • la razza, il cancro alla prostata si verifica più frequentemente negli uomini afroamericani rispetto gli uomini di altre etnie. Le ragioni di questo non sono ben chiare. 
  • fattori ormonali: alcuni fattori che potrebbero incidere sull’insorgenza di questo tumore sono i livelli circolanti elevati di testosterone e IGF-1. 
  • lo stile di vite: l’eccessivo consumo di carne rossa, grassi animali e latticini sembrerebbe aumentare il rischio, come anche una dieta povera di frutta e verdura e la sedentarietà. 

Prevenzione 

Non ci sono misure specifiche da adottare per prevenire il cancro alla prostata in quanto sui più importanti fattori di rischio, l’età e la familiarità, non è possibile intervenire. 

È sicuramente importante adottare uno stile di vita sano riducendo il consumo di carne rossa, latticini e grassi in generale, aumentare il consumo di frutta e verdura e aumentare l’attività fisica. 

Tipologie e classificazione 

Secondo la World Health Organization, dal punto di vista istologico, il tumore alla prostata viene classificato in: 

  • adenocarcinoma (95 % dei tumori alla prostata).  
  • sarcomi, carcinomi a piccole cellule e carcinomi a cellule di transizione (restante 5 %) 

In base alla capacità di crescere e diffondere in altri organi, al tumore alla prostata viene assegnato un punteggio che va a 2 a 10 chiamato scala di Gleason:  

  • da 2 a 6 il tumore è a crescita lenta con ridotta capacità di diffondersi 
  • con un punteggio pari a 7 il tumore è di grado intermedio 
  • da 8 a 10 il tumore è molto aggressivo. 

Secondo la classificazione tradizionale, in base all’estensione il tumore può essere suddiviso in 4 stadi:  

  • allo stadio I il tumore è limitato alla prostata ed è troppo piccolo per essere rilevato mediante esplorazione rettale 
  • allo stadio II è sempre circoscritto alla prostata ma comincia ad essere palpabile 
  • allo stadio III si è diffuso alla capsula prostatica e alle vescicole seminali 
  • allo stadio IV ha invaso i linfonodi e i tessuti adiacenti. 

Sintomi 

Il carcinoma prostatico iniziale è nella maggior parte dei casi asintomatico. Se invece il tumore è abbastanza voluminoso i sintomi che possono comparire sono gli stessi di una patologia benigna come l’ipertrofia prostatica: 

  • difficoltà ad urinare 
  • stimolo frequente alla minzione  
  • possibile dolore alla minzione.  

In caso di malattia in fase avanzata i sintomi saranno: 

  • irritazione della vescica 
  • ostruzione delle vie urinarie 
  • dolore pelvico 
  • dolore osseo 
  • sciatalgia 
  • insufficienza renale 
  • presenza di sangue delle urine. 

Diagnosi 

I sintomi del carcinoma in fase iniziale e dell’ipertrofia prostatica sono quasi gli stessi quindi al momento della diagnosi è importante fare una distinzione tra le due condizioni. 

Il primo esame che si esegue per fare diagnosi di carcinoma prostatico è l’esplorazione rettale digitale che consiste nella palpazione della prostata per valutarne la dimensione, la consistenza e l’eventuale presenza di noduli. Attraverso questo esame però, non è possibile stabile se si tratta di una malattia benigna o maligna quindi se durante la palpazione si riscontra qualche anomalia nella ghiandola si deve procedere con ulteriori test come il dosaggio del PSA. 

Il PSA (antigene prostatico specifico) è una proteina prodotta dalle cellule prostatiche i cui livelli aumentano in caso di tumore. Elevati livelli di questa proteina sono indicativi di una malattia prostatica ma non necessariamente di una malattia maligna; il PSA, infatti, aumenta anche in caso di ipertrofia prostatica o prostatite. Non deve essere pertanto considerato un marker tumorale ma un indicatore aspecifico.  

La diagnosi definitiva di carcinoma prostatico può essere effettuata solo mediante la biopsia e l’esame istologico. 

La TAC, la risonanza magnetica e la PET sono utili per individuare la presenza di metastasi nelle varie parti del corpo. 

La scintigrafia ossea viene utilizzata per rilevare la presenza di cellule tumorali nelle ossa. 

Per valutare la diffusione della malattia e la presenza di metastasi, è anche importante continuare a dosare il PSA che solo dopo intervento chirurgico di rimozione completa della prostata diventa un marker tumorale specifico. Se infatti dopo chirurgia, la proteina, che dovrebbe essere pari a zero, comincia a salire vuole dire che ci sono cellule neoplastiche ancora presenti nell’organismo, quindi molto probabilmente siamo di fronte ad una recidiva. 

Il tumore della prostata cresce molto lentamente quindi possono passare anche diversi anni prima che compaiano sintomi più specifici e venga fatta diagnosi. La maggior parte dei pazienti, quindi, giunge alla diagnosi con un carcinoma in fase localmente avanzata. 

La diagnosi precoce è possibile farla sottoponendosi periodicamente a screening (visita urologica e dosaggio del PSA). 

Terapia 

Molto spesso alcuni carcinomi prostatici non danno luogo a sintomi e non hanno un impatto sfavorevole sulla qualità di vita del paziente. Si tratta per lo più di carcinomi con punteggio di Gleason 2-6 e PSA non elevato. In questi casi, e nei pazienti con più di 75 anni, si opta per nessun tipo di terapia fino alla comparsa dei primi segni di progressione poiché si ritiene che le terapie possano apportare più effetti collaterali piuttosto che benefici. Si parla in questo caso di vigile attesa. 

Le opzioni terapeutiche disponibili per il carcinoma prostatico sono la chirurgia, radioterapia, ormonoterapia e chemioterapia. La scelta sul trattamento migliore varia molto a secondo dello stadio della patologia, del grado di diffusione e delle condizioni del paziente. 

Se la malattia rimane confinata alla prostata la terapia d’elezione è rappresentata dalla chirurgia radicale. L’intervento chirurgico di prostatectomia radicale prevede la rimozione dell’intera ghiandola, delle vescicole seminali ed eventualmente dei linfonodi presenti nel bacino. 

L’efficacia della chirurgia viene valutata mediante dosaggio del PSA. Dopo l’intervento, infatti, i valori di tale proteina dovrebbero essere pari a zero. 

Per i tumori in stadi più avanzati, la sola chirurgia non è sufficiente ma devono essere associate altre terapia soprattutto radioterapia e ormonoterapia.

La radioterapia

La radioterapia è in grado di fornire risultati eccellenti, spesso comparabili a quelli della chirurgia radicale. La radioterapia viene effettuata dopo intervento chirurgico per eliminare eventuali cellule tumorali residue oppure in caso di recidiva oppure per il trattamento locale delle metastasi. Essa può essere esterna o interna (brachiterapia); quest’ultima prevede l’inserimento nella prostata di piccole sorgenti radioattive che emettono radiazioni ma viene effettuata solitamente al posto dell’intervento chirurgico nei pazienti con carcinoma prostatico allo stadio iniziale. 

Anche l’efficacia della radioterapia può essere valutata mediante dosaggio di PSA. 

Poiché il tumore prostatico è sensibile alla stimolazione ormonale con androgeni, la deprivazione androgenica mediante terapia ormonale rappresenta un mezzo terapeutico efficace in tutti gli stadi di malattia, soprattutto in quelli avanzati in cui la chemioterapia non rappresenta l’opzione migliore. L’ormonoterapia può essere effettuata prima della chirurgia e della radioterapia per cercare di ridurre il tumore il più possibile oppure quando queste opzioni terapeutiche non sono possibili. Il paziente può essere sottoposto a terapia ormonale anche dopo chirurgia e radioterapia per cercare di eliminare eventuali cellule sopravvissute e ridurre il rischio di recidiva. L’ormonoterapia ha lo scopo di ridurre la produzione di testosterone, un ormone maschile che stimola la crescita delle cellule della prostata. I farmaci più utilizzati sono gli analoghi dell’LHRH, che bloccano la produzione degli ormoni maschili da parte dei testicoli e gli antiandrogeni che impediscono l’azione del testosterone. 

Se la terapia ormonale dovesse fallire si può tentare con un trattamento chemioterapico. I farmaci più utilizzati sono il docetaxel e il cabazitaxel (spesso usato se il docetaxel non dovesse funzionare). Studi recenti hanno dimostrato che l’associazione di docetaxel e ormonoterapia migliora la sopravvivenza dei pazienti. 

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