L’infezione virale da covid-19 sta dando delle problematiche in quanto non è ancora chiaro come possono essere trattati pazienti positivi.

A tutt’oggi non esistono ancora terapie standard riconosciute, quindi le strutture sanitarie, anche di nazioni diverse, stanno utilizzando quelle che sono le proprie conoscenze per trattare i propri pazienti positivi per avere i risultati migliori.

Il Covid-19

Per quanto riguardo il virus sappiamo molto bene che questo microrganismo crea una serie di danni che sono legati proprio alla presenza del virus all’interno della cellula; in particolare i danni che vengono fuori sono dati sia dalla perdita di attività di trasporto dei globuli rossi sia da quella che è la risposta del nostro organismo alla presenza della cellula infettata dal virus (infiammazione e tempesta citochinica).

Sappiamo benissimo che l’entrata del virus all’interno della cellula avviene mediante dei recettori cellulari.

La presenza di questi recettori fa sì che il virus entri all’interno delle cellule e cominci a manifestare le conseguenze della sua presenza.

Queste cellule infettate vanno ad attivare, da parte del nostro organismo, una risposta infiammatoria abbastanza importante tale da portare alla presenza intorno alle cellule infettate di una moltitudine di elementi infiammatori.

Nello stesso momento, quindi, abbiamo una serie di cellule del sistema immunitario (neutrofili, monociti, macrofagi e linfociti) che innescano la liberazione di citochine, edema nell’area circostante e una cascata di enzimi con formazione di trombi. Il danno da trombosi che si viene a creare è soprattutto a carico dei piccoli vasi.

Ormai è stato visto che questo meccanismo non si presenta solo a livello dei polmoni, che rappresentano la sede primaria di infezione, ma anche a livello di altri organi come il cuore, i reni, i muscoli (si sono trovati anche a livello della retina ed encefalo).

Protocolli terapeutici

Ci sono in Italia attualmente numerosi approcci terapeutici tendenti a ridurre la risposta anomala alla presenza del virus (terapie che non sono al momento supportate da studi e trials clinici, ma basate su esperienze di colleghi medici per combattere i danni causati direttamente dal virus).

Uno dei protocolli terapeutici che sembra cominciare a dare i suoi risultati positivi si basa sulla sieroterapia, ossia l’uso di plasma da pazienti che hanno contratto l’infezione da Covid-19 e sono guariti.

La trasfusione del plasma di questi pazienti, ricco di anticorpi contro il virus, in pazienti infettati sembra dare una riduzione, se non la completa scomparsa, della sintomatologia anche in tempi molto brevi.

Questo trattamento basato sulla introduzione, attraverso il plasma, di anticorpi sviluppatosi contro il virus, è una anticipazione di quello che potrà fare il vaccino, che in termini semplici è un concentrato di anticorpi contro il virus. Viene attualmente usato in diversi Ospedali italiani.

Un ulteriore protocollo terapeutico (anche questo basato sullo studio e valutazione della sintomatologia dei pazienti positivi al virus, messo in campo dall’esperienza clinica di un gruppo di medici di una RSA nella provincia di Brescia) e che al momento sta dando un risultato soddisfacente è il seguente mix di farmaci:

  • Farmaco che ripristina l’azione dei globuli rossi, oltre ad azione antinfiammatoria in grado di ridurre l’edema e la cascata di citochine proinfiammatorie
  • Antibiotico, sempre per ridurre l’infiammazione
  • Farmaco antitrombotico

Attualmente il mix di farmaci che hanno azione specifica sulla patologia causata dal coronavirus consta:

a) l’idrossiclorochina che oltre a bloccare la perdita di trasporto di ossigeno dei globuli rossi, blocca anche il meccanismo di richiamo delle cellule infiammatorie;

b) l’azitromicina un antibiotico per ridurre la carica di interferenza batterica oltre che una azione di sinergia con l’idrossiclorochina nella riduzione dei processi infiammatori;

c) l’eparina a basso peso molecolare, un farmaco ad azione anticoagulante.

Questa triade ha dato un grosso vantaggio prognostico-terapeutico nei pazienti positivi al coronavirus.

La letteratura internazionale riporta effetti collaterali cardiaci dall’uso della clorochina. Nel protocollo preso in considerazione non si sono presentati questi effetti, probabilmente a causa del basso dosaggio giornaliero usato (400 mg. vs 1200 mg total dose).

Il mix dei farmaci è stato usato in pazienti positivi al virus, sia in quelli sintomatici (con manifestazione da lieve a severa di tosse, febbre, artralgie, difficoltà respiratoria, trombosi venosa superficiale e/o profonda) che in quelli asintomatici (nei quali veniva comunque riscontrato una modifica patologica di parametri ematologici quali PCR, D-Dimero ed LDH).

Il risultato è stato molto interessante.

Da quando è stato introdotto questo protocollo i decessi si sono ridotti drasticamente, i pazienti hanno avuto un netto miglioramento della sintomatologia, e coloro che erano asintomatici non hanno avuto progressione patologica (con una normalizzazione dei parametri ematologici).

Come interpretare questi risultati

I farmaci in questione riducono l’evoluzione e la progressione della patologia da coronavirus sia per quanto riguarda l’infiammazione delle prime vie respiratorie sia la formazione di aggregati trombotici. Quindi in entrambi i casi la malattia non è evoluta nelle forme più gravi.

Ecco cosa possiamo trarre da questa piccola disamina di risultati: la medicina non ha una sola soluzione.

La medicina si basa sulla esperienza di molti colleghi che mettono a fattor comune le conoscenze individuali e che diventano patrimonio di tutti.

Tutti dobbiamo collaborano perché in assenza di condivisione non ci sarà mai un benessere globale.

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