Articolo tratto da Medicina Integrata N. 2 – Aprile 2022

Francesca Andreazzoli, ematologa ed esperta in nutrizione, inizia a interessarsi alla medicina integrata già da studentessa di medicina.

«Avvertivo come la medicina convenzionale fosse per certi versi miope e in ogni caso non attrezzata a rispondere a tanti interrogativi – ci racconta – Per ragioni anche personali, mi sentivo attratta dall’ematologia come disciplina medica, ma non dalla terapia che questa dettava che, anch’essa, mi pareva insufficiente. Portavo avanti, intanto, un mio percorso di crescita, fatto di scelte come l’alimentazione vegetariana e, sul piano spirituale, la meditazione. Tutto questo rafforzava una mia chiara intuizione e cioè che, così come la vita si sviluppa a più livelli e non include solo la dimensione biochimica, ma anche aspetti impalpabili, lo stesso accade anche in medicina».

Questa consapevolezza ha consentito alla dottoressa di costruire, negli anni, un sapere multiforme, studiando e approfondendo molti approcci alla cura, dall’idroterapia di Kneipp all’iridologia, fino all’omeopatia classica unicista, che tuttora considera una risorsa preziosa nel percorso verso la vera guarigione. Mentre studiava l’omeopatia si è poi avvicinata anche alla nutrizione, che riveste tuttora un ruolo centrale nella sua vita professionale, avviando con un collega un vasto progetto di divulgazione alimentare condotto in tutta Italia.

«Un altro step decisivo per il mio lavoro e la mia esperienza di medico».

In che modo tutto questo correla con l’attività di ematologia condotta in ospedale? La medicina integrata può giocare un ruolo?

Devo dire che in principio non riuscivo in nessun modo a integrare due ambiti così importanti della mia attività professionale. Certo, nello studio privato vedevo anche
pazienti con tumori del sangue che cercavano un altro approccio, ma restava una sfera separata dal lavoro che svolgevo in ospedale all’interno di una netta quanto insoddisfacente dicotomia.

Qual è stato, poi, il punto di svolta?

C’è stato l’incontro con ARTOI (Associazione Ricerca Terapie Oncologiche Integrate), che non soltanto ha spalancato una finestra su un mondo enorme di opportunità e su una prospettiva globale, ma mi ha anche
aiutato a fare sintesi, ossia a mettere a sistema e a riunificare in modo sinergico le competenze e gli approcci terapeutici che avevo via via incamerato.

Con il Master di Oncologia Integrata sono riuscita finalmente a inserire tutte queste informazioni in un sistema organico, dove ogni elemento aveva una funzione e un ordine di priorità. La constatazione che l’ematologia, come specialità, non veniva considerata ha stimolato dentro di me una riflessione e un’idea: dare corpo all’ematologia integrata, partendo dalla consapevolezza che la forma mentis dell’oncologo e dell’ematologo sono differenti.

In che cosa differiscono?

Sono due approcci molto diversi, intanto perché il tumore solido metastatizza, mentre quello ematologico è diffuso in partenza in tutto il corpo. I tumori ematologici, poi, non hanno soltanto la disregolazione immunitaria tipica di tutti i tumori, ma si caratterizzano per un’alterazione della funzione immune, correlata al fatto che spesso le cellule neoplastiche coincidono con quelle del sistema immunitario, che è profondamente coinvolto in questo tipo di malattia, dalla diagnosi al trattamento. Per noi ematologi l’immunoterapia, che si affaccia ora anche nella clinica oncologica, è nata 20 anni fa.

Siamo, dunque, da sempre abituati a lavorare con il sistema immunitario e a conoscerlo a fondo, per la natura intrinseca delle patologie di cui ci occupiamo. Ci sono differenze anche dal punto di vista prognostico, tanto in positivo che in negativo. Alcune leucemie acute possono avere un esito fatale nell’arco di poche settimane, mantenendo una prognosi infausta nonostante le terapie. Altri tumori del sangue, invece, hanno un andamento cronico e una prognosi migliore della maggioranza dei tumori solidi.

In caso di alcune neoplasie linfoproliferative o mieloproliferative, per esempio, si richiede in sostanza il controllo e il monitoraggio nel tempo, finché non diventano malattia conclamata. È proprio in quest’area clinica che si apre lo spazio, si crea un’opportunità, per sviluppare un approccio integrato, con il ricorso a sostanze naturali che potrebbero, per esempio, sviluppare la loro attività pleiotropica a lungo termine. Ciò rappresenta, inoltre, un’ulteriore possibilità per il paziente con una malattia ematologica ad andamento cronico, un valore aggiunto che altrimenti non avrebbe.

Mi sono dunque battuta perché l’ematologia integrata avesse un suo posto e una sua identità e da questa ricerca è nato un editoriale, firmato con Massimo Bonucci e pubblicato sul British Journal of Research nel 2017, che poneva le basi di una sua definizione. Quel lavoro rimarcava non soltanto che l’ematologia integrata merita un  proprio spazio, distinto dall’oncologia integrata, ma che la sinergia con altri strumenti e approcci, non soltanto in termini di supplementazione con vitamine e fitoterapici, ha l’obiettivo di offrire un migliore standard terapeutico in questo contesto.

Quali sostanze e interventi si sono dimostrati più utili?

È stato il tema nella mia tesi al master di oncologia integrata, che consisteva precisamente in una revisione della letteratura scientifica pubblicata, un tema senza dubbio poco conosciuto ed esplorato.

Parliamo di molecole come, per esempio, la vitamina D che, nella leucemia linfatica cronica, ha dimostrato di poter ritardare l’inizio del trattamento e il cui dosaggio potrebbe essere quindi raccomandato alla diagnosi e utilizzato, unitamente ad altri fattori prognostici, per delineare una strategia terapeutica. Oppure sostanze naturali come curcumina ed epigallocatechina che, come hanno documentato alcuni report, si sono mostrate efficaci nei linfomi e nel mieloma multiplo, sia da sole sia in associazione.

Naturalmente, poi, la medicina integrata in ematologia contribuisce a contrastare, come nei tumori solidi, gli effetti avversi delle terapie. Pensiamo, per esempio, a una radioterapia che si effettua in caso di trapianto sull’intero corpo, la total body irradiation, che, pur essendo a basso dosaggio, determina effetti collaterali importanti nel paziente.

In che modo la nutrizione può essere un fattore di prevenzione e un sostegno durante la malattia?

Il ruolo della nutrizione sull’eziologia dei tumori ematologici è un tema controverso nel dibattito scientifico, in cui si evidenzia comunque più il ruolo dei fattori ambientali che non di specifici alimenti. L’approccio
nutrizionale, attraverso una dieta sostanzialmente antinfiammatoria, resta in ogni caso una risorsa nella malattia oncologica. Qui il riferimento sono le linee di indirizzo di ARTOI, che indicano quali siano gli alimenti da preferire o da evitare/limitare in corso di trattamento, sempre tenendo conto delle specifiche condizioni del paziente o della paziente.

Si tenga presente che questi orientamenti, oltre a essere frutto di un’ampia esperienza clinica, sono stati suffragati anche dalla correlazione con alcune vie molecolari, come abbiamo riassunto noi stessi in un articolo scientifico pubblicato nel 2019 sul Journal of Biomedical Research and Reviews. Nel malato di tumore, particolarmente durante le terapie ematologiche, non dobbiamo trascurare l’intervento sull’intestino e il rafforzamento del microbiota, il cui ruolo nell’equilibrio salute/malattia è ormai indiscusso. Lavorare sulla ristrutturazione e sulla pulizia dell’intestino è parte integrante di una medicina olistica che agisce a più livelli, mettendo in sinergia più strumenti terapeutici.

La dieta in ogni caso, anche per la persona sana, deve essere a mio parere il più semplice e vegetale possibile, introducendo un apporto minimo, meglio se assente, di cibi processati e confezionati. Se poi inquadriamo questo modello alimentare nella relazione microcosmo/macrocosmo, ci si accorge immediatamente che una dieta semplice è anche quella che fa più bene all’ambiente e al pianeta in generale.

Digiuno e diete mima-digiuno: quale ruolo possono avere nel percorso oncologico?

Il digiuno è un’arma straordinaria in prevenzione e non a caso è sempre stato praticato in tutte le culture tradizionali come strumento di depurazione. In terapia, invece, questa pur significativa risorsa deve essere modulata caso per caso da clinici competenti e mai adottata con un approccio fai da te. Se parliamo di pazienti oncologici e in particolare di tumori del sangue occorre, a mio avviso, osservare una certa
cautela. Può accadere, infatti, che con il digiuno la malattia peggiori. Non si tratta in definitiva di percorsi applicabili a tutti, ma occorre sempre trovare il paziente giusto, evitando il ricorso in persone con tumori ingravescenti. Diverso è il caso della dieta mima-digiuno, che costituisce un approccio interessante, anche se non ancora sufficientemente avvalorato da dati scientifici.

In che modo il medico, quello olistico in particolare, può accompagnare e sostenere il malato di tumore?

Sappiamo che la salute scaturisce da un equilibrio di benessere fisico, spirituale e anche ambientale. Ogni medico, dunque, dovrebbe diversificare la propria formazione con uno spirito laico di apertura mentale e culturale. Nella mia professione, per esempio, l’asset comunicativo è una risorsa indispensabile, dovendo spesso interagire con pazienti che, pur avendo una prognosi molto infausta, hanno comunque il diritto
di sapere e di essere informati della gravità della loro condizione.

Per poter dare alla persona malata un ascolto diverso, più profondo, oltre che come percorso di crescita personale, ho anche fatto una formazione in psicoanalisi.

La ritengo uno strumento importante che, oltretutto, potrebbe fare luce, fornire una chiave di lettura, per capire come determinati conflitti o traumi possano contribuire all’innescarsi stesso della patologia. Un medico olistico dovrebbe dunque avere una formazione multidisciplinare, anche se poi nella pratica professionale, per essere più incisivo e mirato, spesso seleziona un metodo o una terapia tra i diversi
che ha approfondito.

Quali metodi ha sentito più affini alla sua pratica clinica?

La vita mi ha portato a coltivare sempre di più l’approccio nutrizionale. Ritengo che la nutrizione sia uno strumento di prevenzione e terapia prezioso e soprattutto sostanziale, poiché ha a che fare con la vita di
ogni giorno, fatta di scelte che possono avvicinare o no al benessere e all’equilibrio.

Per i suoi risvolti pratici e concreti resta, dunque, un tassello importante anche nella relazione con il paziente. Nel caso di persone con tumori del sangue, che sappiamo essere complessivamente fragili e a maggior rischio infettivo e con le difese immunitarie spesso abbattute da chemioterapie molto forti, l’intervento nutrizionale è imprescindibile e può svilupparsi su più piani. Può, per esempio, puntare a ridurre la possibilità di infezioni, rafforzare l’intestino, contrastare la stanchezza, migliorare i parametri ematici e altro ancora.

Qual è, per concludere, il valore aggiunto che la medicina integrata riesce a offrire al paziente oncologico?

Può conferire un maggiore benessere e soprattutto infondere una maggiore padronanza di sé, della propria salute e malattia. Può rafforzare l’empowerment della persona, affinché non subisca in modo passivo tutto ciò che le viene proposto, ma prenda le redini di ciò che sta accadendo, diventandone protagonista. In un momento di incertezza e fragilità il medico può fungere da riferimento, il che non si traduce semplicemente nel trasmettere indicazioni o prescrizioni, ma anche nel mettere a disposizione del tempo.

Quel tempo che spesso difetta nella relazione terapeutica, soprattutto nell’attuale organizzazione sanitaria. Un riferimento per iniziare a prendersi cura di sé e così imboccare il cammino verso la guarigione, che si attiva, come ho appreso dall’osservazione e dall’esperienza clinica, quando la persona intraprende la via del cambiamento, non importa quale esso sia, ossia quando modifica qualcosa nella sua vita, o dentro di sé, riuscendo anche a dare un senso alla malattia stessa. L’alleanza tra medico e persona malata diventa, in questa maniera, oltremodo reale, ed è davvero un prendersi per mano.