Il rituximab (nome commerciale MABTHERA) è un anticorpo monoclonale che si lega all’antigene CD 20 delle cellule B provocando la lisi delle cellule antigene positive. Rituximab si lega in particolare all’antigene transmembranico CD20, una fosfoproteina non glicosilata, che si trova sui linfociti pre-B e sui linfociti B maturi.

L’antigene viene espresso su oltre il 95% di tutti i linfomi non-Hodgkin a cellule B (NHLs).

Il CD20 si ritrova nelle cellule B normali e neoplastiche, ma non sulle cellule staminali emopoietiche, sulle cellule pro-B, sulle plasmacellule normali o su altri tessuti normali.

L’antigene non viene internalizzato dopo legame anticorpale e non viene disseminato dalla superficie cellulare.

Il CD20 non circola nel sangue come antigene libero e quindi non compete con il legame degli anticorpi.

Il dominio Fab del rituximab si lega all’antigene CD20 sui linfociti B e attiva le funzioni effettrici del sistema immunitario con lo scopo di provocare la lisi delle cellule B tramite il dominio Fc.

I meccanismi possibili della lisi cellulare comprendono la citotossicità complemento-dipendente (CDC) attraverso il legame con il C1q, e la citotossicità cellulare anticorpo-dipendente (ADCC) mediata da uno o più recettori Fc g sulla superficie di granulociti, macrofagi e cellule NK.

Il farmaco è già approvato per il trattamento di pazienti affetti da linfoma follicolare in III-IV stadio chemioresistente o in seconda o ulteriore recidiva dopo chemioterapia, per il trattamento di pazienti affetti da linfoma non-Hodgkin, CD20 positivo, diffuso a grandi cellule B, in associazione a chemioterapia CHOP e, infine, per il trattamento di pazienti affetti da linfoma follicolare in III-IV stadio precedentemente non trattati, in associazione a chemioterapia CVP.

E’ stato, ora, approvato dall’EMEA anche per la terapia di mantenimento di pazienti con linfoma follicolare ricaduto/refrattario che rispondono a terapia di induzione con chemioterapia con o senza rituximab e, in associazione a metotrexate, per il trattamento dell’artrite reumatoide attiva di grado severo in pazienti che hanno mostrato un’inadeguata risposta o un’intolleranza ad altri farmaci antireumatici modificanti la terapia, comprendenti uno o più farmaci inibitori del fattore di necrosi tumorale (TNF). La conta mediana periferica delle cellule B è scesa al di sotto dei valori normali successivamente alla somministrazione della prima dose, con l’inizio del recupero dopo 6 mesi.

I livelli normali delle cellule B sono stati raggiunti tra i 9 e i 12 mesi successivi al termine del trattamento.

 

Lo sviluppo di inibitori della proteina farnesil transferasi, quali R115777 e lonafarnib, è derivato dall’osservazione che la proteina ras, per acquisire le sue proprietà biologiche, deve essere attivata dalla farnesil transferasi. In uno studio di fase I la somministrazione di R115777 in pazienti affetti da tumori solidi in stadio avanzato è risultata efficace. L’attività antineoplastica di lonafarnib è stata valutata in studi di fase I, sia in monoterapia sia in combinazione con la chemioterapia, con una buona tollerabilità ed efficacia.

 

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