Il Sorafenib (nome commerciale Nexavar), è un inibitore della protein-chinasi. Esso cioè blocca alcuni enzimi specifici noti come protein-chinasi. Questi enzimi si possono trovare in alcuni recettori presenti sulla superficie delle cellule tumorali, dove sono implicati nella crescita e nella diffusione delle cellule tumorali, e nei vasi sanguigni che irrorano la massa tumorale, dove sono implicati nella formazione di nuovi vasi sanguigni. Nexavar agisce rallentando la velocità di crescita delle cellule tumorali e bloccando l’apporto di sangue che permette alle cellule tumorali di svilupparsi.Il sorafenib è attualmente l’unica molecola in grado di contrastare il tumore del fegato. I due studi, ai quali hanno preso parte anche alcuni centri italiani, hanno dimostrato che il trattamento con il Nexavar (sorafenib) può prolungare di oltre il 40 per cento la sopravvivenza dei pazienti. La molecola sorafenib non è un chemioterapico ma rientra nella terapia target. Appartiene a quei farmaci mirati che agiscono bloccando il meccanismo della crescita tumorale nella singola cellula.

In monoterapia, sorafenib orale (400 mg x 2 volte al dì) prolunga la sopravvivenza globale mediana e ritarda il tempo mediano alla progressione in pazienti con epatocarcinoma avanzato, come osservato in due studi randomizzati, in doppio cieco, controllati verso placebo, multicentrici di fase III (lo studio SHARP e l’Asia-Pacific), mentre negli stessi studi non sono state viste differenze significative tra sorafenib e placebo nel tempo mediano alla progressione sintomatica. La maggior parte dei pazienti inclusi in questi trial erano in classe Child-Pugh A. La terapia di combinazione di sorafenib con doxorubicina non ha ritardato il tempo mediano alla progressione in modo significativo rispetto a doxorubicina da sola in questa categoria di pazienti, come risulta da uno studio randomizzato in doppio cieco in fase II. Ma la durata mediana sia della sopravvivenza globale che di quella libera da progressione era significativamente più lunga nei pazienti che avevano ricevuto sorafenib e doxorubicina, rispetto a sola doxorubicina. La combinazione di sorafenib con tegafur/uracile o mitomicina appare promettente nel carcinoma epatico avanzato, come risulta da trial non comparativi. La terapia orale con sorafenib è generalmente ben tollerata nei pazienti con epatocarcinoma avanzato e ha mostrato un buon controllo degli effetti avversi; diarrea e reazioni cutanee mano-piede sono le più comunemente osservate negli studi clinici.

 

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