Vemurafenib è una piccola molecola attiva per via orale e disegnata in modo da inibire selettivamente la proteina BRAF mutata. BRAF [V-raf murine sarcoma viral oncogene homolog B1] è un gene umano che codifica per una proteina chiamata B-RAF, che è coinvolta nei segnali che regolano il ciclo e la crescita cellulare. In molti tumori questo gene può essere mutato, e questo provoca un mutamento della proteina B-RAF. Questa mutazione può incrementare la crescita e la diffusione delle cellule tumorali. Una mutazione del gene BRAF si verifica in circa il 60 per cento dei melanomi e nell’8 per cento di tutti i tumori solidi.

L’uso del vemurafenib (RG7204,PLX4032) sembra migliori in modo significativo, rispetto alla chemioterapia, la sopravvivenza globale nei pazienti affetti da melanoma metastatico positivo alla mutazione del gene BRAF V600, precedentemente non trattato.

Nello studio, e’ stato constatato che il rischio di decesso e’ diminuito del 63% per le persone cui e’ stato somministrato vemurafenib rispetto a quelle trattate con chemioterapia. Inoltre, vemurafenib ha ridotto in modo significativo, fino al 9%, il rischio di peggioramento della malattia rispetto alla chemioterapia. I risultati sono estremamente incoraggianti in quanto hanno dimostrato nei pazienti che hanno ricevuto il nuovo farmaco un miglioramento significativo sia della sopravvivenza complessiva sia della sopravvivenza libera da progressione, rispetto ai pazienti che hanno ricevuto la terapia con dacarbazina.

Lo studio ha evidenziato la sua efficacia complessiva, mostrando una rapidita’ di azione che consente di ottenere risposte obiettive in circa il 50% dei pazienti con melanoma con mutazione del gene BRAF. Inoltre anche le iniziali preoccupazioni relative a possibili effetti di tossicita’ cutanea sono state superate in quanto si sono rivelati ben tollerabili.

Il via libera a vemurafenib si basa sui risultati di due studi, BRIM2 (fase II) BRIM3 (fase III)

Il trial BRIM3, condotto in pazienti non trattati in precedenza e pubblicato lo scorso giugno sul NEJM, ha evidenziato che nei pazienti con melanoma BRAF V600-positivo, il farmaco sperimentale ha portato a una riduzione del 63% del rischio di decesso (hazard ratio [HR] = 0,37; P < 0,0001) e a un prolungamento del 74% della sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto al trattamento standard (HR = 0,26; P < 0,0001). Inoltre, l’analisi della sopravvivenza globale (OS) a 6 mesi ha evidenziato un vantaggio del 20% nel gruppo trattato con il BRAF-inibitore rispetto a quello trattato con dacarbazina (84% contro 64%). Tutti i risultati hanno raggiunto la significatività statistica. In più, la molecola è risultata generalmente ben tollerata e i dati di sicurezza sono risultati in linea con quelli emersi negli studi precedenti sull’anti-BRAF.

Nello studio BRIM2, condotto in pazienti già trattati in precedenza, vemurafenib ha dimostrato di ridurre le dimensioni del tumore nel 52% dei pazienti.

Nel mondo il numero di diagnosi di melanoma è in costante aumento, si stimano almeno centomila nuovi casi l’anno (circa 7mila in Italia). Le prospettive di guarigione sono enormemente migliorate nel corso degli ultimi decenni, soprattutto grazie alla diagnosi precoce. Oggi da un tumore scoperto con uno spessore inferiore al millimetro si guarisce nella quasi totalità dei casi. Invece, di fronte a quei tumori che si scoprono in fase già avanzata, per lungo tempo l’oncologia è rimasta sostanzialmente al palo. Almeno fino ad ora. Il primo scossone l’ha dato un anticorpo monoclonale, ipilimumab, e adesso arrivano anche i gli inibitori del gene BRAF mutato mentre già si studiano altri farmaci contro altri bersagli cellulari.

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